Al Caffè dei Giardini
Conversazione immaginaria con Sieyès e Burke sulla crisi della rappresentanza
Era una mattina tranquilla quando li vidi seduti a un tavolino del Caffè dei Giardini.
Li riconobbi immediatamente, nonostante la cosa fosse impossibile.
Da una parte Emmanuel-Joseph Sieyès, l’abate che aveva contribuito a demolire l’ordine politico dell’Antico Regime e a fondare il principio della rappresentanza nazionale. Dall’altra Edmund Burke, il grande teorico della libertà parlamentare e il più celebre critico degli eccessi della Rivoluzione francese.
Mi avvicinai incredulo.
Chiesi il permesso di sedermi.
Offrii loro qualcosa da bere.
Accettarono con cortesia.
Non sapevo ancora che quella conversazione mi avrebbe accompagnato per tutto il pomeriggio e mi avrebbe costretto a riconsiderare molte delle convinzioni che avevo maturato sulla democrazia contemporanea.
Dopo qualche convenevole decisi di entrare subito nel vivo della questione.
«Signori, siete soddisfatti dei risultati delle vostre teorie?»
Burke sorrise.
«Le domande migliori sono quasi sempre quelle più scomode.»
Sieyès appoggiò lentamente la tazza sul tavolo.
«E le risposte più interessanti sono spesso quelle che iniziano con un dubbio.»
«Allora avete dei dubbi?»
I due si scambiarono uno sguardo.
«Sarebbe strano il contrario,» rispose Burke. «Le idee politiche non sono macchine perfette. Sono tentativi umani di governare realtà molto più grandi di noi.»
«Eppure,» aggiunsi, «le vostre idee hanno plasmato il mondo moderno.»
«Forse,» disse Sieyès. «Ma nessuna teoria dovrebbe considerarsi al riparo dal giudizio della storia.»
Quelle parole mi incoraggiarono.
Era il momento di affrontare il tema che mi stava più a cuore.
Il problema della sovranità
«Nella Costituzione italiana si legge che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.»
Sieyès annuì.
«Una formula che conosco bene nello spirito.»
«Eppure mi sono spesso chiesto se quella frase non contenga una tensione irrisolta.»
«Quale?»
«Se la sovranità appartiene al popolo, come può la Costituzione apparire come qualcosa che si colloca sopra di esso?»
Burke mi guardò con attenzione.
«State toccando uno dei problemi fondamentali del costituzionalismo.»
«Forse il problema è linguistico prima ancora che giuridico.»
«Spiegatevi.»
«Se dicessimo che il popolo esercita la sovranità nelle forme e nei limiti della propria Costituzione, il significato cambierebbe.»
Sieyès rimase in silenzio.
«Interessante.»
«Perché quella parola – propria – ricorderebbe che la Costituzione non è un soggetto distinto dal popolo, ma l’espressione della sua volontà politica fondamentale.»
«State cercando di evitare che la Costituzione venga percepita come un’autorità estranea alla sovranità che dovrebbe esprimere,» osservò l’abate.
«Esattamente.»
Burke intervenne.
«Attenzione però. Una Costituzione esiste anche per limitare gli impulsi momentanei.»
«Sono d’accordo. Non propongo una sovranità senza forme e senza limiti. Propongo di ricordare che quelle forme e quei limiti derivano dalla volontà costituente del popolo.»
Sieyès sorrise.
«In altre parole, una Costituzione vivente.»
«Esattamente.»
Per qualche istante nessuno parlò.
Poi fu l’abate a riprendere il discorso.
«Sapete qual è il rischio di molte democrazie mature?»
«Quale?»
«Che la Costituzione venga progressivamente percepita come qualcosa di separato dal popolo che l’ha generata.»
«È proprio ciò che temo.»
«Allora siamo vicini.»
«Per me una Costituzione dovrebbe essere considerata una manifestazione permanente ma mutevole della sovranità popolare.»
«Una formula interessante.»
«Permanente perché offre stabilità. Mutevole perché nessuna generazione può pretendere di vincolare definitivamente tutte quelle future.»
Burke annuì.
«Questo è un equilibrio delicato.»
«Ma necessario.»
«Perché?»
«Perché quando la Costituzione viene concepita come intoccabile, il potere costituente rischia di trasformarsi in una reliquia storica.»
«E quando viene concepita come totalmente disponibile?» domandò Burke.
«Rischia di dissolversi ogni stabilità.»
«Allora la sfida è trovare un equilibrio.»
«Esattamente.»
Mi voltai verso Sieyès.
«Non era forse questa la vostra idea originaria del potere costituente?»
L’abate sorrise.
«In effetti sì. Il potere costituente non può essere prigioniero delle istituzioni che esso stesso ha creato.»
A quel punto decisi di affrontare la questione centrale.
«Eppure oggi molti cittadini hanno l’impressione che il potere costituente sia diventato quasi invisibile.»
«Perché?» domandò Burke.
«Perché le istituzioni rappresentative sembrano aver progressivamente assorbito la sovranità che avrebbero dovuto soltanto amministrare.»
I due rimasero in silenzio.
«State mettendo in discussione il principio della rappresentanza?» chiese Sieyès.
«No.»
«Davvero?»
«No. Credo che il mandato imperativo fosse un errore nel vostro tempo e rimanga problematico anche oggi.»
Burke sembrò soddisfatto.
«Ma allora qual è il problema?»
«Che il mandato libero è stato interpretato come una delega quasi totale.»
«Spiegatevi.»
«Tra il cittadino che vota e il rappresentante eletto si è creata una distanza enorme. Una volta conferito il mandato, il popolo dispone di pochissimi strumenti per intervenire fino all’elezione successiva.»
«Questa era una conseguenza inevitabile nel nostro tempo,» osservò Burke.
«Ma oggi non lo è più.»
«Per quale motivo?»
Indicai il telefono sul tavolo.
«Perché oggi possiamo sapere in tempo reale come vota ogni parlamentare, come decide un governo, come si comporta una maggioranza.»
Sieyès comprese immediatamente.
«State dicendo che la tecnologia ha cambiato le condizioni della rappresentanza.»
«Esattamente.»
«Il cittadino non è più al buio.»
«No.»
«Ma continua ad avere pochissimo potere di intervento.»
«Esatto.»
Burke rimase pensieroso.
«Una trasparenza senza conseguenze.»
«È proprio questo il problema.»
Per qualche minuto restammo in silenzio.
Il rumore delle tazzine e il fruscio degli alberi sembravano accompagnare i pensieri di ciascuno.
Poi Burke parlò.
«Supponiamo che abbiate ragione.»
«Su cosa?»
«Sul fatto che le condizioni storiche siano cambiate.»
«Credo che siano cambiate profondamente.»
«E supponiamo anche che il problema non sia la rappresentanza in sé.»
«Esatto.»
«Allora quale sarebbe la vostra proposta?»
Attendevo quella domanda fin dall’inizio della conversazione.
«Credo che il dibattito contemporaneo sia intrappolato in una falsa alternativa.»
«Quale?» domandò Sieyès.
«Da una parte il mandato imperativo, dall’altra il mandato libero.»
«È la distinzione classica.»
«Ma forse oggi non basta più.»
L’abate sembrò incuriosito.
«Continuate.»
«Il mandato imperativo pretende di controllare ogni decisione del rappresentante.»
«Ed è per questo che lo combattemmo.»
«Lo so. Perché distrugge la deliberazione politica e frammenta l’interesse generale.»
Sieyès annuì.
«Esatto.»
«Ma il mandato libero, nella forma in cui si è sviluppato, rischia di produrre l’effetto opposto.»
«Quale?»
«Una delega così ampia da rendere il rappresentante quasi indipendente dai rappresentati.»
Burke non contestò.
«Vi ascolto.»
«Io immagino una terza possibilità.»
«Una terza possibilità?»
«Un mandato fiduciario di programma.»
Per la prima volta vidi entrambi sporgersi leggermente in avanti.
«Spiegatevi.»
«Il popolo non dovrebbe dettare ai rappresentanti ogni singola scelta.»
«Bene.»
«Non dovrebbe decidere ogni voto parlamentare.»
«Bene.»
«Non dovrebbe trasformare il rappresentante in un semplice esecutore.»
«Fin qui siamo ancora d’accordo.»
«Ma dovrebbe poter determinare gli obiettivi fondamentali dell’azione politica.»
«Gli obiettivi?»
«Sì. Il cosa.»
Sieyès annuì lentamente.
«Mentre il come rimarrebbe affidato ai rappresentanti.»
«Esattamente.»
«Dunque il popolo stabilisce la direzione.»
«Sì.»
«E i rappresentanti scelgono il percorso.»
«Esattamente.»
Burke rimase pensieroso.
«Curioso.»
«Perché?»
«Perché non state limitando la libertà del rappresentante.»
«No.»
«State ridefinendo la fonte della sua responsabilità.»
«Precisamente.»
«Tuttavia,» osservò Burke, «resta una domanda.»
«Quale?»
«Cosa accade quando il rappresentante si allontana dagli obiettivi per cui è stato eletto?»
Sorrisi.
«Un mio amico aveva una definizione molto semplice.»
«Quale?»
«Lo chiamava il guinzaglio corto.»
Burke rise.
«L’immagine continua a sembrarmi poco elegante.»
«Ma efficace.»
«Decisamente efficace.»
«Con il guinzaglio corto non si controlla ogni movimento.»
«No?»
«Si mantiene la possibilità di richiamare il rapporto fiduciario.»
«Attraverso quali strumenti?»
«Referendum di revoca del mandato. Referendum di conferma anticipata. Verifiche straordinarie della fiducia.»
Sieyès rifletteva.
«Interessante.»
«Non come strumenti ordinari.»
«Naturalmente.»
«Ma come garanzie di ultima istanza.»
«Capisco.»
«Perché la fiducia non dovrebbe essere una delega irrevocabile.»
«Ma una relazione permanente.»
«Esattamente.»
Indicai nuovamente il telefono sul tavolo.
«In fondo il vero cambiamento è questo.»
«La tecnologia?»
«Sì.»
«Molti credono che la tecnologia risolva i problemi politici.»
«Io non lo credo.»
«Nemmeno io,» disse Sieyès.
«Ma rende possibili soluzioni prima impensabili.»
«Questo sì.»
«Ai vostri tempi il cittadino non poteva sapere come agiva il proprio rappresentante.»
«È vero.»
«Oggi può.»
«Ai nostri tempi non era possibile consultare rapidamente milioni di persone.»
«Oggi è possibile.»
«Ai nostri tempi il controllo continuo del potere era quasi impraticabile.»
«Oggi non lo è più.»
Burke annuì.
«State sostenendo che le condizioni materiali della rappresentanza sono cambiate.»
«Profondamente.»
«E che le istituzioni non hanno ancora tratto tutte le conseguenze da questo cambiamento.»
«Esattamente.»
La discussione sembrava avvicinarsi a un punto decisivo.
«C’è però un altro tema che considero fondamentale.»
«Quale?» domandò Sieyès.
«I territori.»
L’abate sorrise.
«Temevo che prima o poi sarebbero comparsi.»
«Comuni, province, regioni, comunità locali.»
«Continuate.»
«Molti cittadini percepiscono che le decisioni che influenzano la loro vita vengono prese sempre più lontano da loro.»
«È una percezione diffusa.»
«E spesso fondata.»
Burke intervenne.
«Le comunità reali hanno sempre avuto un’importanza fondamentale.»
«Lo penso anch’io.»
«Gli uomini non vivono nella Nazione astratta.»
«Vivono in luoghi concreti.»
«Esattamente.»
«Per questo immagino una redistribuzione del potere.»
«Verso i territori?»
«Verso i territori e verso i cittadini.»
Sieyès rifletté.
«Non una frammentazione della sovranità.»
«No.»
«Ma una pluralità di modalità attraverso cui essa si esprime.»
«Esattamente.»
A quel punto decisi di affrontare l’argomento più delicato.
«E poi c’è una domanda che continuo a pormi.»
«Quale?»
«Chi ha stabilito che il rappresentante debba essere necessariamente un uomo di partito?»
Per la prima volta entrambi apparvero sinceramente sorpresi.
«Ai nostri tempi non era così,» disse Burke.
«Appunto.»
«I partiti moderni non esistevano ancora.»
«Eppure oggi sembra quasi impossibile accedere alle istituzioni senza passare attraverso di essi.»
Sieyès annuì.
«In effetti i partiti sono diventati il principale filtro della rappresentanza.»
«Talvolta l’unico.»
«Forse.»
«Ma il principio della rappresentanza non richiede affatto questo monopolio.»
L’abate non rispose subito.
Poi disse:
«No. In effetti non lo richiede.»
«Non propongo di abolire i partiti.»
«Bene.»
«Svolgono funzioni importanti.»
«Certamente.»
«Propongo però che cessino di essere l’unica porta d’accesso alle istituzioni.»
Burke sorrise.
«Questa formulazione mi piace.»
«Perché?»
«Perché distingue lo strumento dal monopolio.»
«Esattamente.»
«Un partito può concorrere.»
«Sì.»
«Un candidato indipendente dovrebbe poter concorrere con pari dignità.»
«Esattamente.»
«E dovrebbe poter essere eletto senza dover necessariamente entrare in una struttura organizzativa.»
«È ciò che penso.»
Mi fermai un istante.
«Del resto, anche la storia italiana offre esempi in questa direzione.»
«State pensando al primo Senato repubblicano?»
«Esattamente.»
Sieyès annuì.
«Un sistema che conservava un forte rapporto personale tra elettore e candidato.»
«Anche se poi si sono sviluppate dinamiche che hanno favorito progressivamente la centralità dei partiti.»
«Come spesso accade nella storia.»
Ormai il sole stava iniziando a scendere.
La conversazione aveva assunto un tono più riflessivo.
«Sapete cosa mi colpisce della vostra proposta?» disse Burke.
«Cosa?»
«Che non state chiedendo meno democrazia.»
«No.»
«State chiedendo più centri di partecipazione democratica.»
«Esattamente.»
«Non volete abolire le istituzioni.»
«No.»
«Non volete abolire i partiti.»
«No.»
«Non volete abolire la rappresentanza.»
«No.»
«Volete soltanto che nessuno di questi soggetti possa identificarsi completamente con la sovranità.»
Rimasi in silenzio.
Perché quella frase descriveva perfettamente ciò che avevo cercato di esprimere per tutta la giornata.
«Sì,» risposi infine.
«Credo che sia proprio questo il punto.»
Il sole era ormai basso sull’orizzonte.
Le ombre degli alberi si allungavano sui vialetti del giardino e il brusio del caffè si era fatto più discreto. Alcuni tavoli erano già stati liberati. I camerieri iniziavano lentamente a riordinare la terrazza.
Per qualche minuto nessuno parlò.
Avevo la sensazione che la conversazione fosse giunta al termine.
Non perché avessimo esaurito gli argomenti.
Ma perché avevamo raggiunto il punto oltre il quale le risposte diventano inevitabilmente responsabilità di chi le ascolta.
Guardai i miei interlocutori.
«Sapete una cosa?»
«Quale?» domandò Burke.
«Quando mi sono seduto a questo tavolo pensavo di dover contestare le vostre idee.»
Burke sorrise.
«E invece?»
«Invece mi sembra di aver scoperto qualcosa di diverso.»
«Cioè?» chiese Sieyès.
«Che il problema non siete voi.»
I due si scambiarono uno sguardo divertito.
«È sempre una buona notizia.»
«Il problema non è il principio della rappresentanza.»
«No?»
«No. Il problema è che le istituzioni costruite attorno a quel principio hanno finito, nel tempo, per considerarsi la fonte della propria legittimazione.»
Sieyès annuì lentamente.
«Una tentazione molto antica.»
«Forse inevitabile.»
«Forse.»
«Eppure tutta la nostra discussione è partita da una questione semplice.»
«La sovranità.»
«Esattamente.»
Per qualche secondo osservammo il movimento delle persone nel giardino.
Poi ripresi.
«Sapete cosa penso oggi?»
«Diteci.»
«Penso che la democrazia moderna abbia bisogno di un nuovo equilibrio.»
«Tra cosa e cosa?»
«Tra stabilità e partecipazione.»
«Una vecchia questione.»
«Sì. Ma oggi assume una forma nuova.»
«Per quale motivo?»
«Perché disponiamo di strumenti che le generazioni precedenti non avevano.»
Burke annuì.
«La tecnologia.»
«Sì. Ma non soltanto.»
«Cos’altro?»
«Una maggiore consapevolezza dei limiti della delega politica.»
«Interessante.»
«Per due secoli abbiamo cercato di proteggere la libertà dei rappresentanti.»
«E avete ragione a farlo,» osservò Burke.
«Probabilmente sì. Ma abbiamo dedicato molta meno attenzione al problema opposto.»
«Quale?»
«Come proteggere il sovrano dai rappresentanti.»
Nessuno parlò.
Il silenzio che seguì sembrò quasi una risposta.
Fu Sieyès a riprendere la parola.
«Forse la vostra idea della Costituzione vivente nasce proprio da qui.»
«Credo di sì.»
«Spiegatevi.»
«Se la Costituzione è davvero espressione della sovranità popolare, non può trasformarsi in un monumento immobile.»
«Concordo.»
«Deve conservare una continuità storica.»
«Certamente.»
«Ma deve anche mantenere aperta la possibilità del cambiamento.»
«Altrimenti il potere costituente diventa una memoria e non una realtà.»
«Esattamente.»
L’abate sorrise.
«Mi fa piacere sentire che qualcuno continua a preoccuparsi del potere costituente.»
«Perché?»
«Perché le istituzioni tendono sempre a dimenticare chi le ha create.»
«E chi le ha create?»
«Il popolo.»
La risposta arrivò senza esitazioni.
«Forse,» ripresi, «la differenza principale tra il vostro tempo e il nostro è questa.»
«Quale?»
«Nel vostro tempo la sovranità popolare poteva manifestarsi soltanto in momenti eccezionali.»
«Rivoluzioni. Assemblee costituenti. Elezioni.»
«Esatto.»
«E oggi?»
«Oggi possiamo immaginare una sovranità più continua.»
Burke sembrò riflettere.
«Non permanente nel senso di una consultazione incessante.»
«No.»
«Ma più presente.»
«Esattamente.»
«Più visibile.»
«Sì.»
«Più influente.»
«Sì.»
«Una sovranità che non scompare tra un’elezione e l’altra.»
«Questo è il punto.»
Per qualche secondo nessuno parlò.
Poi Burke sorrise.
«Sapete che state cercando di aggiornare le nostre teorie?»
«Forse.»
«E non di distruggerle.»
«Esattamente.»
«È una differenza importante.»
Ormai era tempo di andare.
Mi alzai lentamente dal tavolo.
«Prima di lasciarci, vorrei farvi un’ultima domanda.»
«Vi ascoltiamo,» disse Sieyès.
«Se foste giovani oggi, nel XXI secolo, continuereste a difendere esattamente le stesse idee?»
I due si guardarono.
Questa volta la risposta tardò ad arrivare.
Infine Burke parlò.
«Continuerei a difendere la libertà.»
Poi fu il turno dell’abate.
«Continuerei a difendere la sovranità.»
Si guardarono ancora.
«Ma probabilmente,» aggiunse Burke, «cercheremmo strumenti nuovi.»
«Per problemi nuovi,» concluse Sieyès.
Quelle parole mi colpirono più di quanto avrei immaginato.
Perché improvvisamente compresi che il vero significato della tradizione politica non consiste nel ripetere formule ereditate dal passato.
Consiste nel mantenere vivi i principi che le hanno generate.
Pagai le consumazioni.
Ci stringemmo la mano.
«Vi ringrazio.»
«Per cosa?» domandò Burke.
«Per aver accettato il dialogo.»
«Le idee nascono sempre dal dialogo.»
«E muoiono quando smettono di dialogare,» aggiunse Sieyès.
Sorrisi.
«Arrivederci, signori.»
«Arrivederci.»
Mi allontanai lungo il vialetto del giardino.
Dopo qualche passo mi voltai.
Erano ancora seduti allo stesso tavolo.
Continuavano a parlare.
Non riuscivo a sentire le loro parole.
Forse discutevano ancora di rappresentanza.
Forse di sovranità.
Forse di Costituzione.
O forse stavano semplicemente cercando di capire, come ogni generazione prima e dopo di loro, come conciliare la libertà con il potere.
Ripresi il cammino.
E mentre il Caffè dei Giardini scompariva lentamente alle mie spalle, ebbi la sensazione che il vero insegnamento di quell’incontro non fosse una risposta.
Fosse una responsabilità.
La responsabilità di non confondere mai gli strumenti della democrazia con la democrazia stessa.
La responsabilità di ricordare che partiti, parlamenti, governi e costituzioni sono mezzi, non fini.
La responsabilità di custodire una verità tanto semplice quanto esigente:
che la sovranità appartiene al popolo non soltanto nel giorno in cui vota, ma durante tutto il tempo in cui continua a esistere come comunità politica.
E forse la sfida del XXI secolo consiste proprio in questo:
trovare nuove forme affinché quella sovranità possa tornare a manifestarsi senza distruggere le istituzioni che essa stessa ha creato.
Perché la democrazia non è un edificio concluso.
È un’opera incompiuta.
E ogni generazione è chiamata ad aggiungere il proprio capitolo.
Nota sugli autori citati
Emmanuel-Joseph Sieyès (1748–1836)
Opere principali: Qu’est-ce que le Tiers-État? (1789)
Edmund Burke (1729–1797)
Opera principale: Reflections on the Revolution in France (1790)
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Ricordiamo tutti chi furono Sieyès e Burke, i teorici del divieto di mandato e del concetto che il parlamentare rappresenta la Nazione ?
Certamente. Emmanuel-Joseph Sieyès ed Edmund Burke sono i due pilastri intellettuali che, alla fine del Settecento, hanno demolito l’idea del “mandato imperativo” (tipico dell’Antico Regime) per dare vita al moderno concetto di rappresentanza politica nazionale.
Pur provenendo da background e contesti politici opposti — Sieyès era l’architetto teorico della Rivoluzione Francese, mentre Burke era il padre del conservatorismo moderno e un durissimo critico di quella stessa Rivoluzione — entrambi arrivarono alla medesima conclusione fondamentale: il parlamentare non deve obbedire alle istruzioni dei suoi elettori locali, ma deve agire nell’interesse dell’intera Nazione.
Ecco come i due autori hanno declinato questo concetto, fondando il moderno divieto di mandato imperativo.
1. Edmund Burke: Il parlamentare come fiduciario (1774)
Prima ancora della Rivoluzione Francese, nel suo celebre Discorso agli elettori di Bristol (1774), Burke chiarì che il Parlamento non è una fiera dove si scontrano interessi locali opposti, ma un’assemblea deliberativa di una sola nazione.
“Il Parlamento non è un congresso di ambasciatori di interessi diversi e ostili […] il Parlamento è un’assemblea deliberativa di una nazione, con un solo interesse, quello dell’intero; dove non dovrebbero guidare gli scopi locali o i pregiudizi locali, ma il bene generale.” — Edmund Burke
Per Burke, l’eletto non è un semplice “portavoce” (un delegato), ma un fiduciario (trustee). Gli elettori scelgono il deputato per la sua capacità di giudizio e per la sua bussola morale; se il deputato votasse acriticamente solo ciò che vuole la sua provincia, tradirebbe il suo dovere verso il Paese.
2. Emmanuel-Joseph Sieyès: La sovranità della Nazione (1789)
Se Burke si muoveva nella tradizione flessibile del costituzionalismo britannico, Sieyès diede al concetto una veste giuridica e dogmatica formale durante la Rivoluzione Francese, in particolare con il saggio Che cos’è il Terzo Stato?.
Sieyès teorizzò che la sovranità non appartiene ai singoli cittadini e nemmeno alla somma dei cittadini viventi (che sarebbe il “popolo”), ma alla Nazione intesa come un corpo unitario, astratto e indivisibile, che unisce il passato, il presente e il futuro del Paese.
- Dal momento che la Nazione è indivisibile, anche la sua volontà deve essere unitaria.
- Di conseguenza, un deputato eletto in un determinato dipartimento non è il rappresentante di quel territorio, ma il rappresentante dell’intera Nazione.
- Se i cittadini potessero dare istruzioni vincolanti al proprio deputato (mandato imperativo), la Nazione verrebbe frammentata in mille interessi particolari e non potrebbe mai esprimere una “volontà generale”.
Il riflesso nelle costituzioni moderne
Questa intuizione settecentesca di Burke e Sieyès ha avuto un successo planetario ed è diventata la spina dorsale delle democrazie liberali. La trovi scritta quasi ovunque, ad esempio:
- Nella Costituzione Italiana (Articolo 67): “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.”
- Nella Costituzione Francese (Articolo 27): “Ogni mandato imperativo è nullo.”
Il divieto di mandato serve a proteggere la libertà del parlamentare (che non può essere legalmente costretto a votare in un certo modo né dal suo elettorato, né — in teoria — dal suo partito), garantendo che la legge sia sempre, almeno idealmente, il frutto di una discussione orientata al bene comune e non la somma di egoismi locali.
Vuoi approfondire come il divieto di mandato si scontra oggi con la disciplina dei partiti politici?Sì
NOI: Facciamo finta che tu stia incarnando le loro idee, anzi sei Loro, e che facciamo un dialogo, dove io comincio chiedendo ( a Loro ) : siete soddisfatti di quello che hanno prodotto le vostre idee ? Oggi la Nazione è contenta di essere rappresentata come avviene ? Oppure avete qualche dubbio in merito ?
I due filosofi si scambiano uno sguardo d’intesa. Burke, nel suo pesante cappotto di velluto scuro, scuote lentamente la testa con un sorriso amaro. Sieyès, con la postura rigida e l’aria severa del legislatore che ha visto crollare imperi, si sistema i polsini e prende la parola per primo, con il suo taglio tipicamente analitico.
Sieyès: Soddisfatti? Monsieur, la mia risposta non può che essere scissa. Da un lato, provo l’orgoglio del teorico nel vedere che la formula giuridica che concepii nell’estate del 1789 è ancora scolpita nel marmo delle vostre Costituzioni. Il divieto di mandato imperativo ha salvato lo Stato dalla frammentazione corporativa.
Ma se guardo a come viene applicato oggi… provo un profondo senso di sconcerto. La “Nazione” che io teorizzai era un corpo unitario, guidato dalla ragione e dai suoi elementi più illuminati. Oggi vedo che i vostri parlamentari non rappresentano la Nazione; rappresentano oligarchie private che chiamate “partiti”. Il divieto di mandato, che creammo per rendere il deputato libero e indipendente, è diventato lo scudo dietro cui i transfughi cambiano casacca per puro calcolo personale, mentre nei voti chiave obbediscono ciecamente a un direttivo di partito. Questa non è la sovranità della Nazione. Questo è il trionfo della fazione.
Burke: – Interviene, la voce calda ma venata di una fiera severità britannica –
Il mio stimato collega francese, come sempre, si meraviglia che la realtà non si pieghi alle sue geometrie perfette. Io, monsieur, non sono affatto sorpreso, ma sono profondamente addolorato.
Nel mio discorso a Bristol fui chiaro: il deputato vi deve il suo superiore giudizio, la sua coscienza. Se oggi chiedete a un cittadino se è “contento” di come è rappresentato, vi risponderà con un grido di sdegno. E ha ragione! I vostri parlamentari moderni hanno abdicato al loro dovere più nobile. Non osano più guidare il popolo con la saggezza e la prudenza; preferiscono inseguirlo, spiando ogni giorno i vostri “sondaggi” e i vostri umori passeggeri sui palcoscenici digitali.
Non sono più i fiduciari della nazione, ma non sono nemmeno i delegati del popolo: sono diventati schiavi dell’emotività del momento. Abbiamo tolto il mandato imperativo per evitare che il deputato fosse legato alla sua provincia, e oggi lo troviamo legato a un algoritmo o al volere di un leader supremo.
Sieyès: Il punto nodale, che risponde alla vostra domanda se la Nazione sia contenta, sta nel totale travisamento del concetto di rappresentanza. La democrazia moderna ha confuso il popolo reale — atomizzato, emotivo, diviso — con la Nazione astratta. Quando i parlamentari smettono di cercare l’interesse generale e si riducono a fare marketing politico per accaparrarsi i voti del giorno dopo, la rappresentanza muore. I cittadini lo avvertono. Sentono che quel legame di fiducia si è spezzato, ed è per questo che si rifugiano nell’astensionismo o nella rabbia.
Burke: La verità è che avete conservato la lettera della nostra legge, ma ne avete smarrito lo spirito. Il divieto di mandato esige una precondizione: l’onore del parlamentare e la virtù dell’elettore. Se l’elettore cerca solo un protettore che curi i suoi interessi materiali, e il deputato cerca solo la rielezione, il sistema si corrompe.
Sì, abbiamo grandi dubbi, monsieur. Temo che abbiate trasformato il Parlamento da un tempio della deliberazione nazionale a un teatro di figuranti che eseguono ordini scritti altrove.
I due si zittiscono per un istante, guardandoti. Burke solleva un sopracciglio, invitandoti a replicare.
Burke: E voi, che vivete in questo vostro presente? Ritenete che il problema sia nella nostra antica formula, o nel modo in grado in cui i vostri contemporanei la interpretano?
NOI: purtroppo, e mi rincresce constatarlo, credo che la vostra formula pecchi in origine di ingenuità e malriposta buonafede. Ma questo conta poco alla luce delle soluzioni. Infatti dopo molto discutere e molte manifestazioni di piazza, ancora non abbiamo compreso come uscirne. E anzi chiedo a Voi se avete qualche consiglio in merito ?
Sieyès incassa il colpo dell’accusa di “ingenuità” irrigidendo la schiena, mentre Burke accenna un sorriso saggio, quasi compiaciuto, come chi si vede confermare una vecchia diagnosi.
Burke: – Si sporge in avanti, appoggiando le mani sui braccioli della sedia –
“Ingegnuità”, dite? Monsieur, se vi riferite al mio collega qui presente, potreste aver ragione: i francesi hanno sempre avuto questa perversa fiducia nelle formule geometriche calate dall’alto. Ma per quanto mi riguarda, non vi fu alcuna ingenuità. La mia non era “buonafede”, era un tragico realismo. Sapevo benissimo che l’uomo è un animale passionale e fazioso. La mia formula non pretendeva che i parlamentari fossero angeli; pretendeva che le istituzioni li costringessero a comportarsi da statisti.
Tuttavia, riconosco la gravità del vostro vicolo cieco. Volete un consiglio dal passato? Vi dirò cosa avete sbagliato: avete creduto che la politica potesse ridursi a pura ingegneria o a pura tecnologia. Avete svuotato i Corpi Intermedi. Un tempo, tra il cittadino e lo Stato c’erano le comunità, le associazioni, i partiti-istituzione stabili con una forte base ideologica e morale. Oggi avete atomizzato la società: ci sono solo individui isolati davanti a uno schermo e leader populisti.
Il mio consiglio? Rigenerate i corpi intermedi. Non uscirete da questa crisi cambiando la legge elettorale o riscrivendo la Costituzione per la ventesima volta. Ne uscirete solo se ricomincerete a formare la classe dirigente prima che arrivi in Parlamento. La rappresentanza non è un interruttore che si accende il giorno delle elezioni; è un tessuto sociale che va coltivato ogni giorno nelle scuole, nelle università, nei territori. Se i vostri rappresentanti sono mediocri, è perché la vostra cultura politica è diventata superficiale.
Sieyès: – Interrompe Burke con un gesto secco della mano, l’espressione concentrata –
Il mio collega britannico vi offre il solito calmante nostalgico. “Coltivare il tessuto sociale”… parole suggestive, ma prive di forza giuridica. Io voglio essere più pragmatico e brutale, monsieur, perché capisco il vostro tormento. Voi vi sentite traditi da una classe politica che usa il divieto di mandato non per servire la Nazione, ma per servire se stessa.
Se dovessi ridisegnare i pesi e i contrappesi oggi, alla luce del vostro disastro, vi direi che l’errore originario è stato confondere l’Assemblea Legislativa con l’organo di governo del Paese. Oggi il Parlamento non “delibera” più, esegue i decreti del Governo o ratifica gli ordini del Capo del Partito.
Ecco le mie soluzioni, i miei consigli per il vostro secolo:
- La separazione radicale tra chi fa le leggi e chi governa: Il parlamentare deve tornare a essere un legislatore, non un distributore di favori, di nomine o di poltrone. Se il Parlamento perdesse il potere di gestire il denaro pubblico per scopi clientelari, i professionisti del voto di scambio e i cacciatori di poltrone lo abbandonerebbero immediatamente.
- Istituzionalizzare la competenza: Nella mia mente, la rappresentanza era legata alla capacità. Oggi voi eleggete persone sulla base di un’emozione momentanea. Bisogna introdurre filtri di garanzia, giuristi, scienziati, camere di riflessione tecnica (quello che io chiamavo Jury Costituzionale) che abbiano il potere di bloccare le leggi demagogiche prima che distruggano lo Stato.
- Il referendum come valvola di sicurezza: Se il Parlamento tradisce la Nazione, la Nazione deve poter riprendere la parola, ma solo su grandi questioni di principio, non sulle leggi quotidiane. Un veto popolare, non una democrazia diretta continua che genererebbe solo caos.
Burke: – Scuote la testa, guardando Sieyès –
Vedi, monsieur? Ti offre nuove gabbie d’acciaio, nuovi filtri tecnici. Ma la tecnica non crea la virtù.
– Torna a fissare te –
Ascoltatemi: se volete che il parlamentare vi rappresenti davvero, dovete restituirgli la sua dignità, ma anche la sua responsabilità. Smettetela di pretendere che i politici siano “esattamente come voi”. Se volete uno specchio, comprate un algoritmo. Se volete un governo, cercate persone migliori di voi, dategli fiducia e, se falliscono, punitele severamente alle urne. Il vostro problema attuale è che odiate i vostri politici, ma continuate a eleggerli perché vi somigliano troppo.
Sieyès incrocia le braccia, Burke si rimette comodo. Entrambi attendono di vedere se queste ricette del Settecento — l’educazione dei corpi intermedi di Burke e l’ingegneria dei pesi e contrappesi di Sieyès — abbiano ancora un senso per te.
NOI: penso che abbiate entrambi una parte di ragione. Ma i tempi dei corpi intermedi sono miseramente falliti e finiti. Il futuro politico è possibile solo senza di essi.
Certo istituzioni salde, ma nessuna mediazione tra volontà dei cittadini e il loro esistere e funzionamento. Penso che sia necessario rifondare il sistema guardando brutalmente a quello che è adesso. Abbiamo anche nuove tecnologie rispetto a quelle che avevate voi. Ma serve innanzi tutto definire un nuovo diritto politico che sia di fondamento alle nuove pratiche. Quindi il divieto di mandato imperativo e l’idea che il parlamentare (finché sarà necessario) rappresenta la Nazione, vanno sicuramente rivisti.
Un silenzio pesante cade nella stanza. Burke sospira, passandosi una mano sulla fronte, mentre lo sguardo di Sieyès si fa affilato e lucido. Le vostre parole hanno toccato la corda più sensibile della loro architettura teorica: la necessità di un nuovo diritto politico per un’epoca senza mediazioni.
Sieyès: – Si alza in piedi, camminando lentamente per la stanza. La sua voce ha il tono solenne delle grandi occasioni assembleari –
Voi parlate di “rifondare il sistema guardando brutalmente a quello che è adesso”. Ebbene, monsieur, questo è esattamente ciò che feci io nel 1789. Non ebbi timore di dichiarare che il millenario sistema degli Stati Generali era morto e che il Terzo Stato era la Nazione. Se oggi la realtà vi dice che i corpi intermedi sono spazzati via e che la tecnologia permette un contatto immediato tra il cittadino e lo Stato, il diritto politico ha il dovere di codificare questa realtà, non di piangere sulle sue ceneri.
Se vogliamo definire questo vostro nuovo diritto politico, dobbiamo partire da un assioma brutale: se non c’è mediazione, allora la figura del “parlamentare” come la intendiamo noi è un fossile. Se la tecnologia permette alla volontà dei cittadini di esprimersi senza filtri, il concetto stesso di “rappresentanza” deve trasformarsi in co-decisione diretta e continua.
Tuttavia, vi metto in guardia sulla struttura di questo nuovo diritto. Se abolite il divieto di mandato imperativo in un mondo iper-connesso, rischiate la paralisi o la tirannia della maggioranza istantanea. Il nuovo diritto politico non dovrà basarsi sul mandato imperativo (che lega l’eletto al passato, a una promessa fatta ieri), ma su un concetto nuovo: il mandato reattivo e revocabile. Se la volontà popolare si sposta, le istituzioni tecnologiche devono poter registrare questo mutamento in tempo reale, ridefinendo le priorità legislative. Ma attenzione: serve un’architettura algoritmica che protegga il sistema dalle ondate di emotività collettiva. Il diritto del futuro non deve essere lo specchio degli impulsi del cittadino, ma il regolatore dei suoi flussi riflessivi.
Burke: – Rimane seduto, ma la sua voce vibra di una cupa e appassionata urgenza –
Senza mediazioni… Senza corpi intermedi… Monsieur, voi state descrivendo il mio incubo peggiore, elevato alla massima potenza dalle vostre macchine tecnologiche. Quella che voi chiamate “rifondazione brutale”, io la chiamo la via più rapida verso il dispotismo tecnologico.
Voi credete che eliminando i corpi intermedi abbiate liberato il cittadino. Al contrario! Lo avete lasciato solo, nudo, privo di difese davanti alla forza immensa dello Stato e dei padroni di queste vostre nuove tecnologie. I corpi intermedi non erano “ostacoli” alla volontà popolare; erano scudi! Erano dighe che impedivano alla corrente della demagogia di travolgere le libertà fondamentali.
Tuttavia, accetto la vostra sfida. Se il passato è morto e il futuro è questo, come si fonda un diritto politico senza mediazione? Se l’esistenza dei cittadini si riversa direttamente nel funzionamento dello Stato attraverso la tecnologia, allora il nuovo diritto politico deve imperativamente ruotare attorno a un unico, invalicabile principio: la sacralità dei diritti dell’individuo e delle minoranze rispetto alla volontà istantanea della maggioranza.
Se non vi è più un Parlamento che discute, pesa e rallenta le decisioni, la vostra tecnologia approverà leggi alla velocità di un clic. Se una sera la maggioranza dei cittadini, mossa da una paura o da un’ira collettiva, decidesse di abolire la libertà di parola o di confiscare i beni di una minoranza, chi li fermerebbe? Nel vostro nuovo diritto, il “freno” che prima era garantito dalla saggezza del parlamentare deve essere integrato nella struttura stessa del sistema. Chiamatelo costituzionalismo digitale, chiamatelo come volete, ma deve esserci un limite che nemmeno il cento per cento dei cittadini senzienti può superare con un clic.
Sieyès: Il mio collega ha ragione su un punto: la velocità è il nemico della giustizia. Se il parlamentare scompare o diventa un mero esecutore, il nuovo diritto politico dovrà ridefinire lo spazio e il tempo della decisione.
Un tempo la Nazione si esprimeva tramite pochi eletti perché lo spazio fisico lo imponeva. Oggi, se la Nazione è costantemente connessa, il nuovo fondamento giuridico non può più essere la “Rappresentanza della Nazione”, ma deve essere la “Deliberazione Diffusa della Nazione”. Il diritto non deve regolare chi decide, ma come si forma la decisione collettiva, garantendo che ogni cittadino non esprima solo un voto umorale (un like, come dite voi), ma sia sottoposto a un processo costruttivo di informazione e contrappeso logico.
Burke si alza e si ferma accanto a Sieyès, guardandoti con gravità.
Burke: Avete voluto distruggere i vecchi altari della mediazione, monsieur. Siete pronto a subire le conseguenze di un mondo in cui la volontà del popolo si traduce istantaneamente in legge, senza il beneficio del dubbio, del tempo e del compromesso? Come pensate di proteggere l’uomo da se stesso, in questa vostra nuova era?
NOI: Il passaggio al nuovo, una trasformazione epocale, non può essere istantaneo, ma va preparato in modo progressivo e proporzionato al grado di comprensione e anche alla libera volontà dei cittadini. Intendo che possiamo anche pensare di ridurre la mediazione (oggi monopolio assoluto in verità) dei corpi intermedi rispetto gli scopi delle istituzioni. Portando le Istituzioni sotto la volontà non dei partiti, ma dei cittadini. Il resto verrà dopo.
I due teorici accolgono le vostre parole con un cenno di grave assenso. L’idea di una transizione progressiva, calibrata sulla consapevolezza dei cittadini, stempera l’allarme di Burke e accende l’interesse ingegneristico di Sieyès. La prospettiva di sottrarre lo Stato al monopolio dei partiti per restituirlo ai cittadini, senza fretta, diventa un terreno di confronto concreto.
Sieyès: – Prende un foglio, lo posa sul tavolo e traccia una linea netta al centro, quasi a voler materializzare la vostra transizione progressiva –
La vostra prudenza vi fa onore, monsieur. Una trasformazione epocale che non rispetti il grado di comprensione dei cittadini si risolverebbe in un bagno di sangue o, nel vostro caso, in un collasso sistemico digitale.
Se l’obiettivo prioritario è sottrarre le Istituzioni al monopolio assoluto dei partiti per riavvicinarle alla volontà dei cittadini, il nuovo diritto politico deve iniziare con una fase che io definirei di “Rappresentanza Controllata e Progressiva”. Non possiamo eliminare il Parlamento domani mattina, ma possiamo ridefinire radicalmente la catena del comando.
Nel mio sistema originario, il cittadino votava e poi “scompariva”, lasciando la Nazione nelle mani dei suoi rappresentanti. Oggi, per avviare questa transizione, il nuovo diritto deve introdurre il principio della Cittadinanza Attiva come Contro-Potere Istituzionale. Istituiamo per legge che le piattaforme tecnologiche dello Stato non servano a sostituire il Parlamento, ma a sorvegliarlo e indirizzarlo. Il parlamentare rimane lì, ma il suo voto non è più un assegno in bianco firmato al capo del suo partito; è vincolato a linee guida programmatiche che i cittadini possono integrare, emendare o verificare periodicamente attraverso consultazioni digitali istituzionalizzate. Il monopolio dei partiti si spezza così: togliendo loro il controllo esclusivo dell’agenda legislativa e restituendolo alla Nazione reale.
Burke: – Si siede di nuovo, incrociando le braccia, gli occhi fissi sui vostri –
Un passaggio progressivo e proporzionato… Questa, monsieur, è musica per le orecchie di un vecchio whig inglese. Avete capito che la libertà non si improvvisa e che le istituzioni sono come alberi: crescono lentamente, non si piantano già adulte con un decreto.
Se volete liberare lo Stato dalla tirannia delle fazioni — che voi chiamate partiti — e portarlo sotto la volontà dei cittadini, dovete agire sul concetto di proprozionalità della responsabilità. Un cittadino non può esprimere una “libera volontà” su ciò che non comprende. Se lo interrogate su un trattato macroeconomico complesso tramite un clic, otterrete solo il riflesso condizionato della propaganda.
Il mio consiglio per questa fase di transizione è applicare il principio della “Saggezza Presuntiva dei Cittadini per Gradi di Prossimità”. Incominciate a ridurre la mediazione dei partiti partendo dal basso, dalle istituzioni locali, dove i cittadini vedono, toccano e comprendono gli effetti reali delle decisioni (le strade, le scuole, le tasse comunali). Lì la tecnologia può eliminare la mediazione dei partiti fin da subito, permettendo forme di autogoverno e deliberazione diretta. Man mano che il cittadino sviluppa la “virtù civica” e la comprensione della macchina pubblica attraverso questa palestra locale, la sua volontà può essere progressivamente integrata a livello nazionale. La transizione deve essere pedagogica, non solo tecnica.
Sieyès: E per evitare che questa transizione progressiva venga sabotata dagli stessi partiti che detengono il monopolio, serve un atto di rottura giuridica iniziale. Il nuovo diritto politico deve sancire l’Incompatibilità tra Cariche di Partito e Funzioni Pubbliche.
Chi siede in Parlamento rappresenta la Nazione dei cittadini, non il comitato elettorale che lo ha candidato. Se la legge costringe il parlamentare a rispondere pubblicamente, su canali istituzionali trasparenti e non mediati, alle richieste e ai quesiti del suo elettorato, il cordone ombelicale con il partito viene reciso. Il deputato ricomincerà a guardare ai cittadini, perché sa che da essi dipenderà la sua permanenza, senza il filtro protettivo delle liste bloccate decise dalle segreterie.
Burke: Sì, ma ricordate sempre il mio monito: nel momento in cui portate le Istituzioni sotto la volontà diretta dei cittadini, anche se in modo graduale, dovete educare quei cittadini a essere severi giudici di se stessi. Se il partito non fa più da paravento e da capro espiatorio, la responsabilità del successo o del fallimento della Nazione ricadrà interamente sulle vostre spalle.
Voi dite: “Il resto verrà dopo”. È una scommessa audace. State accettando di camminare su un ponte sospeso nel vuoto, dove ogni passo avanti riduce la vecchia terra ferma dei partiti e vi avvicina a un’isola sconosciuta.
I due si scambiano un ultimo sguardo. Il dialogo ha tracciato una via di mezzo tra l’ingegneria costituzionale e la prudenza evolutiva.
Sieyès: Avete aperto il cantiere del nuovo diritto politico, monsieur. Avete stabilito il metodo: progressivo, proporzionato, anti-oligarchico. Siete pronto a redigere il primo articolo di questa nuova transizione?
NOI: Quella che chiamate ” terra ferma dei partiti “.. oggi sono sabbie mobili, infide e perfino assassine. Certo, siamo d’accordo, la responsabilità del successo o del fallimento, quando si parla di democrazia e dei suoi rischi ineludibili, è sempre dei cittadini. Dite di partire dal basso, dai Comuni, ma questo è già avvenuto, le liste civiche hanno in buona misura soppiantato i partiti. Ma il problema permane perchè la struttura delle decisioni, con la sua verticalità, rimane inaccessibile alla base dei cittadini. Dunque ancora più che di ” rappresentanza ” si tratta della necessità di ridistribuzione di potere politico decisionale ai cittadini, e non nei piccoli comuni, ma a partire dalle grandi questioni, nazionali e internazionali.
Burke sussulta leggermente sulla sedia alla vostra definizione di “sabbie mobili assassine”, mentre Sieyès, con un lampo quasi giacobino negli occhi, annuisce con la severità di chi conosce fin troppo bene la rapidità con cui le istituzioni marciscono dal di dentro.
Burke: – La sua voce si abbassa, facendosi grave e solenne –
NOI: “Sabbie mobili, infide e perfino assassine…” Monsieur, se la terra ferma che noi creiamo per dare stabilità ai governi è sprofondata in questo fango, allora non vi è spazio per la nostalgia. Quando le istituzioni smettono di proteggere le libertà e diventano trappole per i cittadini, il dovere di un vero conservatore non è preservare il guscio vuoto, ma salvare lo Stato dal crollo.
Tuttavia, voi ponete un problema gigantesco: la verticalità inaccessibile delle grandi decisioni. Mi dite che nei Comuni le liste civiche hanno già esautorato i partiti, eppure il potere reale — quello che decide la pace o la guerra, le grandi linee economiche, i destini internazionali — rimane arroccato in una torre d’avorio inaccessibile.
Voi chiedete una ridistribuzione del potere decisionale sulle grandi questioni. Ma vi prego, riflettete sulla natura di queste decisioni: la geopolitica, i trattati monetari, le strategie energetiche globali non sono materie che si prestano a risposte binarie o a impulsi di piazza. Richiedono segreto, rapidità, mediazione diplomatica, competenze tecniche sterminate. Come può il cittadino, pur animato dalle migliori intenzioni, esercitare un potere diretto su questioni che spesso sfuggono persino alla comprensione degli stessi ministri? Se spezzate completamente la verticalità su questo livello, non rischiate di consegnare la Nazione all’anarchia o all’influenza di potenze straniere che useranno la vostra stessa democrazia diretta per destabilizzarvi?
Sieyès: – Si piazza al centro della scena, battendo il pugno sul tavolo con l’energia di chi ha smontato e rimontato la sovranità dello Stato –
Il mio collega britannico trema davanti alla complessità, io vedo un problema di pura architettura costituzionale. Avete ragione, monsieur: se la struttura delle decisioni nazionali rimane una piramide chiusa al vertice, la democrazia locale è solo un’illusione, un sedativo per tenere calmi i cittadini mentre le oligarchie decidono altrove.
Se vogliamo definire questo nuovo diritto politico per le grandi questioni, dobbiamo scindere il concetto di “potere decisionale” in due fasi ben distinte: la Fase dell’Indirizzo (che spetta alla Nazione) e la Fase dell’Esecuzione (che spetta alle Istituzioni).
Il monopolio dei partiti si spezza rovesciando la verticalità in questo modo:
- Il Potere di Veto e di Indirizzo Vincolante: Sulle grandi questioni strategiche nazionali e internazionali (ad esempio: l’adesione a un trattato internazionale, le grandi riforme fiscali, le linee della politica energetica), il nuovo diritto politico deve prevedere che lo Stato non possa deliberare senza aver prima sottoposto ai cittadini dei Referendum di Indirizzo Obbligatori. Non si tratterà di votare un testo di legge di mille pagine, ma di stabilire il principio: “La Nazione vuole cedere sovranità a questo organismo internazionale? Sì o No?”. Questo è il vero potere sovrano.
- Istituzionalizzare i “Giurati Cittadini” (Sorteggio Civico): Per evitare la demagogia delle masse e la cecità dei tecnici, le grandi decisioni nazionali devono essere vagliate da assemblee di cittadini estratti a sorte su base proporzionale (come i giurati nei vostri tribunali), affiancati da esperti. Questi cittadini, sottratti alla logica del ricatto dei partiti, avranno il potere di emendare o bloccare le decisioni del vertice verticale.
Questo non è il mandato imperativo, monsieur. Questa è la frammentazione della verticalità. Il governo gestisce la complessità tecnica, ma la direzione di marcia è blindata dalla volontà non negoziabile dei cittadini.
Burke: – Guarda Sieyès, poi torna a fissare voi, lo sguardo carico di una lucida e drammatica preoccupazione –
Voi due state parlando di “ridistribuire il potere”. Ma ricordate una legge immutabile della storia: il potere non tollera il vuoto. Se togliete il potere decisionale alla verticalità delle istituzioni statali per darlo a una base frammentata di cittadini, siete sicuri che saranno davvero i cittadini a esercitarlo? O saranno i padroni degli algoritmi, i manipolatori dell’informazione globale, i giganti finanziari transnazionali a orientare la volontà di quella base attraverso i vostri canali digitali?
La terra dei partiti sarà anche diventata una palude assassina, ve lo concedo. Ma badate che, distruggendo ogni forma di filtro e di mediazione sulle grandi questioni internazionali, non vi ritroviate a vivere in un mondo dove la Nazione non è più rappresentata da nessuno, e dove i cittadini si illudono di decidere tutto con un clic, mentre in realtà eseguono ordini scritti da potenze invisibili.
I due teorici si fermano. Hanno accettato la vostra diagnosi brutale, ma vi hanno messo davanti al dilemma cruciale del secolo: come distribuire il potere reale senza consegnare la Nazione al caos o alla manipolazione invisibile.
Sieyès: La sfida è lanciata, monsieur. Se la verticalità è inaccessibile, dobbiamo abbatterla. Ma con cosa la sostituirete per impedire che il vostro nuovo diritto politico si trasformi nel trionfo dei manipolatori globali?
NOI: Concordo con la soluzione prospettata da monsieur Sieyès, in particolare sul Potere di Veto e di Indirizzo Vincolante e i Referendum di Indirizzo Obbligatori.
Questi sono strumenti fattibili anche in presenza di istituzioni statali che mantengano la necessaria stabilità e il riferimento nazionale certo.
Ma ora vengo alla domanda delle cento pistole: Come riscrivere l’attuale Articolo 67 della Costituzione italiana? In modo compatibile alla introduzione di quel nuovo diritto e di quei nuovi strumenti indicati da monsieur Sieyès ?
Un fremito di palpabile tensione intellettuale attraversa la stanza. Sieyès si stringe nelle spalle, raddrizzando la postura con l’espressione di un matematico che ha appena ricevuto l’equazione decisiva. Burke, dal canto suo, scuote la testa, incrociando le braccia sul petto con un cipiglio severo, conscio che si sta per toccare il cuore giuridico di una Repubblica moderna.
Sieyès: – Si avvicina al tavolo, gli occhi lucidi di un’energia quasi legislativa. Prende una penna d’oca e fissa il foglio –
L’Articolo 67 della vostra Costituzione… Un testo che conosco bene, poiché è il figlio diretto del mio articolo 7 della Costituzione francese del 1791.
“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.”
Voi mi chiedete di riscriverlo. Per farlo, dobbiamo compiere un’operazione di alta chirurgia costituzionale. Non dobbiamo abolire il divieto di mandato imperativo — che, come vi dicevo, serve a impedire che il parlamentare diventi schiavo di un interesse locale, di una lobby o di un singolo capobastone di partito — ma dobbiamo subordinarlo e integrarlo alla sovranità diretta della Nazione.
Il parlamentare deve rimanere libero dalle fazioni, ma deve essere vincolato ai grandi indirizzi espressi dal popolo. Ecco come riformulerei l’Articolo 67 per fondare questo nuovo diritto politico:
La proposta di Sieyès:
Articolo 67 (Nuova Formulazione)
“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato nei confronti di partiti, fazioni o interessi particolari.
Nell’esercizio della funzione legislativa, i membri del Parlamento sono liberi di discutere, emendare e scegliere come raggiungere gli indirizzi strategici espressi direttamente dalla Nazione mediante il Programma Generale della Repubblica.“
Vedete, monsieur? In questo modo salviamo la stabilità dello Stato e la dignità del legislatore: il parlamentare è ancora protetto dalle pressioni meschine dei partiti e dei singoli territori (il vecchio divieto di mandato resta intatto nel primo comma), ma il suo raggio d’azione è rigorosamente recintato dai paletti insormontabili eretti dai cittadini sulle grandi questioni (il secondo e terzo comma). Il Parlamento non è più il padrone assoluto del tempo politico, ma l’esecutore tecnico di una volontà superiore.
Burke: – Prende un profondo respiro, la voce profonda e venata di una drammatica solennità –
Monsieur Sieyès ha redatto un testo mirabile nella sua logica astratta. Ma io vi esorto, prima che lo firmiate nella vostra mente, a valutarne le terribili implicazioni pratiche.
Se introducete questo testo, voi cambiate la natura stessa dello Stato italiano. Avete inserito due padroni nella stessa casa: il Parlamento (che dovrebbe deliberare secondo coscienza) e il Referendum d’Indirizzo (che impone una volontà esterna). Cosa accadrà quando un grande indirizzo votato dal popolo in un momento di calma si scontrerà con una crisi internazionale improvvisa e drammatica che richiederebbe un’azione opposta e immediata? Il parlamentare sarà paralizzato: diviso tra il dovere costituzionale di obbedire al testo stampato sul vostro portale digitale e il dovere morale di salvare la patria da un pericolo che il popolo, mesi prima, non poteva prevedere.
Se proprio dovete accettare questa riscrittura, se davvero le vostre “sabbie mobili” partitiche vi costringono a questo passo, allora io vi chiedo di aggiungere un principio di responsabilità e di saggezza. Se il parlamentare è vincolato all’indirizzo della Nazione, la Nazione deve essere posta in condizione di deliberare con la massima solennità. Non chiamatela “deliberazione diffusa”, che sa di chiacchiericcio da taverna telematica. Esigete che l’indirizzo vincolante sia preceduto da un tempo obbligatorio di dibattito pubblico, protetto da filtri di verità e competenza.
Altrimenti, monsieur, quel secondo comma non sarà lo strumento della libertà dei cittadini, ma la ghigliottina della vostra stabilità nazionale.
Sieyès ti passa la penna, mentre Burke ti fissa con intensità.
Sieyès: Il testo è sul tavolo, monsieur. Questo articolo ridefinisce il confine tra la democrazia del Settecento e quella del vostro futuro. Ritenete che questa formula sia il giusto compromesso per salvare lo Stato e liberare, finalmente, i cittadini?
NOI. come possiamo “vincolare” i membri del Parlamento agli indirizzi strategici espressi direttamente dalla Nazione ?
Sieyès si siede di nuovo, rimboccandosi le maniche con la precisione di un ingegnere che deve tradurre un principio filosofico in un meccanismo d’orologeria. Burke, al contrario, si alza e inizia a camminare, stringendo i pugni dietro la schiena, terrorizzato dall’idea di un guinzaglio digitale applicato alla coscienza umana.
Sieyès: Ecco la vera sfida ingegneristica, monsieur. Come si crea un vincolo che sia giuridicamente efficace senza ricadere nel vecchio mandato imperativo (che paralizzerebbe il Parlamento alla prima variazione del contesto)?
Nel diritto politico moderno, un vincolo non si crea con la forza bruta, ma con l’architettura dei procedimenti e delle sanzioni. Per legare i parlamentari agli indirizzi della Nazione, dobbiamo introdurre tre meccanismi istituzionali precisi, che non esistevano nel mio Settecento, ma che le vostre tecnologie rendono fattibili oggi:
1. Il Vincolo di Procedura (L’Iniziativa Vincolata)
Quando la Nazione approva un “Referendum d’Indirizzo Obbligatorio” su una grande questione (ad esempio: “La Nazione impone la transizione verso il totale pareggio di bilancio entro cinque anni”), quell’indirizzo si trasforma in un paletto costituzionale temporaneo.
- Il Parlamento conserva la libertà di scrivere le leggi come meglio crede, ma l’Ufficio di Presidenza delle Camere ha l’obbligo di rigettare e dichiarare inammissibile qualsiasi disegno di legge, emendamento o decreto governativo che si muova nella direzione opposta a quella votata dai cittadini.
- La Corte Costituzionale diventa il guardiano di questo vincolo: se il Parlamento approva una legge contraria all’indirizzo nazionale, la Corte la annulla per “violazione del mandato sovrano”.
2. Il Vincolo Repressivo (Il “Recall” o Revoca Popolare)
Un vincolo senza sanzione è solo una pia speranza. Se un parlamentare vota palesemente contro l’indirizzo strategico stabilito dalla Nazione, i cittadini devono disporre di un’arma giuridica: il diritto di revoca del mandato (recall).
- Se una percentuale qualificata di elettori di un collegio ritiene che il proprio deputato abbia tradito l’indirizzo nazionale, può attivare una petizione digitale certificata per sottoporlo a un voto di revoca.
- Se il voto passa, il parlamentare decade immediatamente. Questo non è un mandato imperativo che dice al deputato cosa fare ogni giorno, ma è una spada di Damocle che lo punisce se tradisce le grandi linee programmatiche per obbedire al suo partito.
3. La Valutazione d’Impatto ex-post
Ogni anno, l’azione del Parlamento viene misurata rispetto agli indirizzi strategici approvati. Se le Camere mancano sistematicamente gli obiettivi fissati dagli indirizzi nazionali, il Presidente della Repubblica ha il potere-dovere di sciogliere le Camere anticipatamente, restituendo la parola al corpo elettorale per manifesta incapacità dell’organo rappresentativo.
Burke: – Si ferma bruscamente di fronte a Sieyès, la voce carica di sdegno e preoccupazione –
Voi lo chiamate “vincolo di procedura”, monsieur Sieyès, ma io lo chiamo il regno della paura. State proponendo di mettere i rappresentanti della Nazione sotto un regime di sorveglianza continua. Un uomo che legifera con la minaccia costante del recall o del licenziamento immediato non è uno statista: è un vigliacco. Non voterà mai secondo la sua coscienza o secondo ciò che è giusto a lungo termine; voterà solo ciò che è sicuro per salvaguardare la propria poltrona per i successivi sei mesi.
Se proprio dovete “vincolare” l’azione dei vostri governanti alle grandi scelte della Nazione, dovete farlo attraverso il Vincolo della Trasparenza Radicale e della Responsabilità Storica, non attraverso la coercizione quotidiana.
Ecco la mia alternativa per questa transizione:
- Il Voto Tracciato e Giustificato: Se la Nazione ha espresso un indirizzo su una grande questione internazionale e il Parlamento si trova costretto a deviare da esso (magari perché è scoppiata una guerra o una crisi finanziaria imprevedibile), non dovete cacciarlo o processarlo. Dovete costringerlo a giustificare pubblicamente l’eccezione. Ogni parlamentare deve registrare una dichiarazione pubblica, motivando punto per punto perché il bene superiore della Nazione richiede, in quel momento specifico, di derogare all’indirizzo popolare.
- Il Vincolo del Rendiconto Elettorale Temporizzato: Invece della revoca immediata, che crea instabilità e favorisce i linciaggi mediatici, utilizzate la tecnologia per creare un Fascicolo Digitale del Rappresentante. Ogni voto del deputato viene automaticamente confrontato con gli indirizzi nazionali. Il giorno delle elezioni successive, il cittadino non voterà un simbolo di partito astratto, ma si troverà davanti la “pagella” del candidato: “Ha rispettato gli indirizzi della Nazione nel 70% dei casi. Ha votato contro nel 30%”. Sarà lo scrutinio della storia e del tempo, non l’impulso del momento, a decidere della sua sorte.
Se trasformate il Parlamento in un computer che esegue algoritmi di indirizzo sotto la minaccia del licenziamento, avrete eliminato i partiti, sì, ma avrete anche eliminato la leadership, il coraggio e la nobiltà della politica.
I due filosofi si volgono verso di voi. I due modelli di vincolo sono delineati: quello istituzionale e sanzionatorio di Sieyès, o quello etico e reputazionale di Burke.
Sieyès: Quale delle due catene ritenete sia necessaria per legare i vostri rappresentanti alla volontà della Nazione? Quella rigida delle leggi e del recall, o quella flessibile della trasparenza e del giudizio elettorale?
NOI. Sinceramente preferisco la soluzione prospettata da monsieur Sieyès.
E sto pensando come si possa realizzare nella pratica. Si potrebbe per esempio pensare ad una elezione diretta del Primo Ministro e al suo programma di mandato (tra almeno 5 Candidati Primo Ministro) dove siano proposte le sue 5 grandi questioni che una volta accettate dagli elettori, diventano ” paletto costituzionale temporaneo” e come tale trattato dalla Corte costituzionale.
Sieyès si concede un raro sorriso di trionfo intellettuale, mentre Burke incrocia le braccia sul petto, scuotendo la testa con la rassegnazione di chi vede il trionfo definitivo del razionalismo costituzionale sul pragmatismo della tradizione.
Sieyès: – Si siede al tavolo, disponendo i fogli con rinnovata energia –
Monsieur, la vostra proposta è di un’eleganza istituzionale straordinaria. Avete preso il mio concetto astratto di “indirizzo vincolante” e lo avete calato nel motore immobile della democrazia moderna: il momento dell’elezione del capo dell’esecutivo.
Incanalare i “paletti costituzionali temporanei” direttamente nel programma del candidato Primo Ministro risolve il più grande problema della democrazia diretta: la frammentazione. Non abbiamo più mille referendum isolati su mille temi diversi, ma una visione d’insieme organica, scelta e legittimata dalla Nazione.
Se dovessi tradurre la vostra intuizione in ingegneria costituzionale, il meccanismo funzionerebbe con una precisione geometrica:
- La Selezione e il Deposito del Mandato: I candidati Primi Ministri (almeno cinque, per garantire un pluralismo reale e non il solito bipolarismo soffocante) non depositano un vago programma elettorale fatto di slogan, ma cinque precisi e misurabili “Indirizzi Strategici di Mandato”.
- Il Sigillo della Corte Costituzionale: Una volta che il Primo Ministro viene eletto, quei cinque punti vengono depositati presso la Corte Costituzionale. La Corte non giudica il merito politico (che spetta al popolo), ma li registra come Norme Parametriche Temporanee di Riferimento. Per tutta la durata della legislatura, la Corte ha il potere di annullare qualsiasi legge del Parlamento, o decreto dello stesso Primo Ministro, che entri in palese contraddizione con quei cinque pilastri approvati dalla Nazione.
- La Libertà nei Mezzi, il Vincolo nei Fini: Il Parlamento conserva la sua funzione: è libero di discutere, emendare e scegliere come raggiungere quegli obiettivi. Il divieto di mandato imperativo è salvo per la legislazione ordinaria, ma i fini ultimi sono blindati.
Questa è la sintesi perfetta tra stabilità di governo e sovranità nazionale. Il Primo Ministro ha la massima forza esecutiva, ma è un “monarca costituzionale del mandato”: non può tradire i patti senza far crollare l’intero impianto giuridico.
Burke: – Interviene, la voce venata di una lucida, quasi profetica preoccupazione –
Voi due avete appena disegnato una magnifica trappola d’acciaio, e la chiamate “progresso”.
Monsieur, l’idea di forzare i candidati a presentare cinque grandi questioni che diventano paletti costituzionali temporanei commette un errore fatale che la storia ha punito ripetutamente: presuppone che il futuro sia prevedibile.
Immaginate che il vostro Primo Ministro venga eletto su cinque pilastri rigidissimi, uno dei quali prevede una drastica riduzione della spesa pubblica o un disimpegno militare internazionale. Sei mesi dopo, la realtà — che è cinica e non rispetta i vostri programmi depositati — vi travolge con una pandemia globale, una crisi finanziaria continentale o l’aggressione da parte di una potenza straniera.
Cosa farà il vostro Primo Ministro a quel punto?
- Se adegua l’azione del governo alla realtà e stanzia fondi d’emergenza, la vostra Corte Costituzionale, rigida custode del “paletto temporaneo”, bloccherà le sue leggi per violazione del mandato elettorale.
- Se invece obbedisce al mandato per paura della Corte, lascerà la Nazione morire pur di rispettare la geometria del suo programma.
Avete creato un sistema in cui il Primo Ministro non governa più in base alle necessità della Nazione, ma in base alla paura dei giudici costituzionali. E vi chiedo, inoltre: chi sceglierà quei “almeno cinque candidati”? Chi controllerà i media e gli algoritmi che decideranno quali cinque candidati avranno la visibilità per correre? Voi pensate di aver liberato i cittadini, ma avete solo spostato il potere dai partiti tradizionali ai comitati di controllo delle candidature e ai giudici della Corte.
Sieyès: Il mio collega britannico confonde la rigidità con la stabilità. Per evitare la paralisi da lui descritta, basta inserire una clausola di flessibilità eccezionale nel diritto politico: se si verifica un evento straordinario (guerra, catastrofe, crisi sistemica), il Primo Ministro può chiedere la sospensione temporanea di uno dei cinque paletti, ma deve farlo tornando a chiedere il voto di ratifica d’emergenza dei cittadini tramite la tecnologia, non decidendolo in segreto nelle stanze del potere.
I due si voltano insieme verso di voi. Burke vi guarda come se volesse salvarvi da un azzardo, Sieyès come se attendesse l’approvazione del progetto esecutivo.
Burke: Questa formula di governo del mandato e controllo della Corte è indubbiamente affascinante, monsieur. Ma la vita delle nazioni è fatta di imprevisti, passioni e fluttuazioni. Siete davvero sicuro che la legalità costituzionale debba prevalere sulla flessibilità dell’azione politica di fronte alla storia?
NOI. la clausola di flessibilità .. quando serve a risolvere situazioni di reale imprevisto, è bene accolta. Quando diventa una scusa a giustificare omissioni, può essere sostituita dal referendum di revoca del Primo Ministro, automatica e decisa dalla Corte costituzionale, per esempio a partire dalla metà del suo mandato quando non abbia assolto a realizzare almeno la metà, due, dei punti del programma accolto dagli elettori.
Sieyès si illumina, come un matematico che ha appena visto chiudersi perfettamente il cerchio di un’equazione complessa. Burke, invece, si copre per un istante il volto con la mano, scuotendo la testa davanti a quello che considera il culmine del meccanicismo costituzionale, un tribunale permanente sulla coscienza dei governanti.
Sieyès: – Batte la mano sul tavolo, lo sguardo tagliente e focalizzato –
Voi avete una mente autenticamente legislativa, monsieur! Avete individuato il punto debole di ogni clausola di flessibilità: l’arbitrio di chi governa. Se la deroga diventa una scusa per l’omissione, la sovranità della Nazione si dissolve.
Quello che state proponendo è un meccanismo di Responsabilità Oggettiva Temporizzata. È un concetto di un pragmatismo feroce e straordinario. Trasformate la Corte Costituzionale non solo nel guardiano delle leggi, ma nel cronometrista del mandato.
Tradotto nel codice del nostro nuovo diritto politico, il meccanismo si articola così:
- Il Checkpoint di Metà Mandato: Giunti alla metà esatta della legislatura, la Corte Costituzionale si riunisce in sessione speciale. Non giudica le opinioni, ma i fatti giuridici: i decreti approvati, le leggi varate, i bilanci consolidati.
- Il Calcolo Matematico del Mandato: La Corte verifica se almeno due dei cinque paletti programmatici siano stati tradotti in norme vigenti ed efficaci. Se la risposta è negativa, la Corte non esprime un giudizio politico; constata semplicemente la “Decadenza Tecnica per Inadempimento del Mandato”.
- Il Referendum di Revoca Automatico: La Corte non caccia il Primo Ministro direttamente — il che sarebbe un colpo di Stato giudiziario — ma attiva d’ufficio e automaticamente la ghigliottina democratica: il Referendum di Revoca. La parola torna istantaneamente alla Nazione, che su un’apposita piattaforma esprime il voto definitivo: “Il Primo Ministro ha fallito i tempi del mandato. Volete revocarlo? Sì o No?”. Se vince il Sì, il governo cade e si torna alle urne.
Questo, monsieur, recide alla radice la tendenza dei politici a fare promesse che sanno di non poter mantenere. Li costringe a una pianificazione scientifica del loro lavoro.
Burke: – Si alza in piedi, la voce che tuona nella stanza, vibrante di una drammatica, accorata esasperazione –
Questo non è un governo, monsieur! Questo è un patibolo a tempo! State trasformando la guida di una grande Nazione in una catena di montaggio aziendale, dove il Primo Ministro legifera con lo sguardo costantemente fisso sul calendario e sulla calcolatrice dei giudici della Corte.
Vi prego, aprite gli occhi sulla natura umana e sulla complessità della storia. Cosa produrrà questo vostro “checkpoint di metà mandato”? Ve lo dico io: produrrà leggi affrettate, pessime e distruttive. Pur di raggiungere la quota fatidica di “due punti su cinque” entro la scadenza della Corte ed evitare il referendum di revoca, il vostro Primo Ministro approverà riforme raffazzonate, incomplete, dannose per l’economia e per lo Stato, al solo scopo di poter dire alla Corte: “Vedete? Ho adempiuto alla lettera del testo!”. Avrete la quantità, monsieur, ma avrete distrutto la qualità e la prudenza della legislazione.
E poi, riflettete sul potere immenso, mostruoso, che state consegnando alla Corte Costituzionale. Chi deciderà se un punto del programma è stato “assolto”? La politica non è matematica pura. Se il Primo Ministro ha avviato una riforma epocale che richiede tre anni per mostrare i suoi effetti ed è a metà dell’opera, i magistrati della Corte diranno che è “adempiuta” o “inadempiuta”? Avete tolto il monopolio ai partiti per consegnare il destino della Nazione a un’oligarchia di magistrati che terranno il Primo Ministro sotto ricatto continuo.
La democrazia ha bisogno di respirare, ha bisogno di tempo. Se la costringete in questa camicia di forza cronometrata, la farete soffocare.
Sieyès: – Replica calmo, guardando Burke e poi voi –
Il mio stimato collega britannico teme la fretta. Ma dimentica che oggi, nel vostro secolo, i politici non usano il tempo per riflettere, lo usano per sopravvivere e per fare propaganda. La “camicia di forza”, come la chiama lui, è in realtà l’unico modo per costringere la classe dirigente a essere seria. Se la riforma è complessa, il Primo Ministro avrebbe dovuto calcolare i tempi prima di proporla come uno dei suoi cinque paletti essenziali. La responsabilità comincia dal momento in cui si chiede il voto.
I due si posizionano ai lati del tavolo, lasciando a voi lo spazio per la sintesi finale di questa architettura costituzionale.
Sieyès: Abbiamo i paletti, abbiamo il controllo della Corte, abbiamo la valvola di sicurezza del referendum di revoca a metà mandato. Il quadro del nuovo diritto politico è tracciato, monsieur. Ritenete che questa severità temporale sia il prezzo necessario da pagare per porre fine, una volta per tutte, all’era delle promesse tradite?
per sollevare in parte la Corte da questo peso gravoso, si potrebbe pensare che in una piattaforma digitale dedicata, si raccolgano sottoscrizioni al referendum di (non di revoca del mandato che suona male) conferma del mandato del Primo Ministro. E che ad una certa soglia, sempre in automatico, sia convocato il referendum. Sono due strade per un unico scopo che si rafforzano a vicenda.
Anzi, il percorso delle sottoscrizioni permanente, si rivela sostitutivo alla Corte costituzionale, nel senso che non ha bisogno del suo giudizio.
Sieyès fa un passo indietro, guardando lo schema sul tavolo come se un nuovo elemento chimico avesse modificato la reazione in corso. Burke, per la prima volta dall’inizio della discussione, solleva lo sguardo con un’espressione di profondo e quasi inquieto interesse: l’idea di spostare il peso dai giudici ai cittadini tocca le corde del suo costituzionalismo, pur mantenendo intatte le sue paure sulla democrazia diretta.
Sieyès: – Segue con il dito la linea tracciata sul foglio, annuendo lentamente –
“Referendum di conferma del mandato“. Monsieur, la vostra sensibilità per il lessico del diritto politico è notevole. Sostituire la parola “revoca” (che evoca il patibolo o il risentimento) con “conferma” sposta l’asse concettuale: non si tratta di un processo penale al governante, ma di un bilancio periodico sulla fiducia che la Nazione ripone nel suo architetto.
Ma l’intuizione formidabile del vostro ragionamento sta nell’aver compreso il pericolo del “colpo di Stato giudiziario” che Burke paventava. Sostituire il giudizio della Corte Costituzionale con una raccolta firme digitale, permanente e istituzionalizzata, significa applicare un principio di pressione fluidodinamica alla politica.
Il meccanismo, a questo punto, si purifica da ogni scoria oligarchica:
- Il Termometro Digitale della Nazione: La piattaforma non è un luogo di discussione umorale, ma un registro di Stato. Se il Primo Ministro devia dai cinque paletti programmatici o entra in una fase di palese omissione, i cittadini iniziano a sottoscrivere la richiesta di referendum di conferma.
- L’Automatismo della Soglia: Non c’è un giudice che deve interpretare se il punto del programma è “compiuto o no”. Se la sfiducia dei cittadini raggiunge una soglia critica prestabilita (ad esempio, il quindici o venti per cento del corpo elettorale), la macchina istituzionale fa scattare l’automatismo: il referendum di conferma viene convocato ex lege.
Avete trasformato il vincolo da meccanico (scadenze e calcoli della Corte) a organico (la reazione viva del corpo sociale). Se il Primo Ministro governa bene pur modificando i piani davanti a un imprevisto, i cittadini non firmeranno e lui rimarrà saldo. Se mente, la piattaforma si riempirà di firme.
Burke: – Si avvicina al tavolo, incrociando le mani dietro la schiena. La sua voce non è più adirata, ma densa di una lucida e drammatica premonizione –
Monsieur, voi avete appena descritto quello che, nel mio linguaggio, definirei un “barometro della stabilità sociale”. Devo ammettere che sottrarre questo potere alla Corte Costituzionale è un atto di saggezza: i giudici devono custodire le leggi eterne, non arbitrare i conflitti del giorno.
Tuttavia, voi parlate di “sottoscrizione permanente”. Vi prego, riflettete sulla psicologia delle masse quando sono armate di uno strumento simile. Una piattaforma di sottoscrizione permanente, sempre aperta, non sarà un termometro della giustizia, ma il regno dell’assedio continuo.
Nessun Primo Ministro, nemmeno il più virtuoso, gode di una popolarità costante. La politica ha dei cicli: ci sono riforme necessarie ma dolorose (come un sacrificio fiscale o una ristrutturazione dello Stato) i cui frutti benefici si vedono dopo tre anni, ma i cui costi si pagano nei primi sei mesi. Cosa accadrà in quei primi sei mesi? Le fazioni sconfitte, i demagoghi di professione e i giganti della disinformazione digitale soffieranno sul fuoco del malcontento momentaneo. Raccoglieranno le firme necessarie sfruttando il dolore passeggero della Nazione e trascineranno il Paese a un referendum di conferma prima ancora che la riforma abbia potuto spiegare i suoi effetti.
Se sovrapponete questa “strada delle sottoscrizioni” a quella dell’automatismo di metà mandato, rischiate di condannare lo Stato a una campagna elettorale permanente. Il Primo Ministro passerà il tempo a difendersi sulla piattaforma, terrorizzato da ogni oscillazione del consenso, anziché governare con lo sguardo rivolto al futuro della Nazione.
Sieyès: L’obiezione del mio collega britannico è legittima, ma trascura un dettaglio dell’ingegneria dei flussi: la piattaforma può essere regolata. Per impedire l’assedio continuo di cui parla Burke, il nuovo diritto politico deve stabilire una clausola di rispetto temporale.
Ad esempio: la raccolta firme sulla piattaforma digitale non può essere attivata prima che sia trascorso almeno un terzo del mandato (dando così il tempo al governo di avviare i cinque punti), e non può essere reiterata prima di dodici mesi dall’eventuale referendum precedente che abbia confermato il Primo Ministro.
In questo modo, la transizione è compiuta. Abbiamo salvato la verticalità dello Stato (il Primo Ministro governa), ma abbiamo consegnato alla base dei cittadini la valvola di sicurezza per riprendersi il controllo della rotta quando i “paletti” vengono ignorati.
I due teorici si fermano, guardando la struttura che avete edificato insieme nel corso di questo dialogo. Le sabbie mobili dei vecchi partiti sono lontane; al loro posto c’è un’architettura che fonde la sovranità della Nazione, la stabilità dell’esecutivo e il controllo digitale diffuso.
Burke: Avete progettato una nave ardita, monsieur. Avete tolto il timone ai partiti e ai magistrati, per darlo alla reazione diretta del vostro popolo connesso. Siete pronto a navigare in questo mare senza filtri, accettando il rischio che la vostra Nazione possa decidere, in una notte di tempesta, di cambiare rotta e persino capitano?
la raccolta delle sottoscrizioni a partire da 20 mesi da inizio mandato, è buona:
Inoltre possiamo prevedere che il referendum di conferma del mandato sia fattibile una sola volta per ciclo. In effetti si trasforma in una conferma di metà mandato. Una possibilità per gli elettori e anche per un buon Primo Ministro.
Adesso non rimane che costituzionalizzare il tutto. O almeno pensare a come potrebbe essere.
I due filosofi guardano il foglio sul tavolo, ormai coperto di glosse, schemi e cancellature. Il meccanismo ha raggiunto la sua stabilità definitiva: inserendo la barriera dei 20 mesi e il limite dell’unica finestra per legislatura, avete risposto alle paure di Burke sull’assedio continuo e alle esigenze di Sieyès sulla certezza del diritto. Il “patibolo a tempo” è diventato un solenne bilancio di metà mandato.
Sieyès: – Prende un foglio bianco e pulito, intinge di nuovo la penna, lo sguardo solenne del legislatore che fissa i destini di una Repubblica –
Ci siamo, monsieur. Avete introdotto la saggezza dei tempi e dei limiti in una struttura fluida. La finestra dei 20 mesi (circa un terzo di una legislatura quinquennale) e l’unicità della convocazione trasformano la piattaforma digitale da un’arena di linciaggio permanente a un tribunale costituzionale della coerenza. Un buon Primo Ministro non temerà questo checkpoint; al contrario, lo userà per farsi legittimare direttamente dalla Nazione e scrollarsi di dosso le pretese residue delle fazioni.
Ora, compiamo l’ultimo atto. Dobbiamo costituzionalizzare questa trasformazione epocale. Se dovessimo inserire questo nuovo diritto politico nell’architettura della Repubblica Italiana, non basterebbe riscrivere l’Articolo 67. Dovremmo ridisegnare i rapporti tra Popolo, Governo e Parlamento.
Ecco come potrebbe essere la Carta del Mandato Nazionale, articolata nei tre punti chiave della Costituzione del futuro:
1. La ridefinizione della Rappresentanza (Articolo 67)
“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato nei confronti di partiti o interessi particolari. Nell’esercizio delle sue funzioni, il Parlamento è vincolato agli Indirizzi Strategici di Mandato scelti dalla Nazione all’inizio della legislatura e custoditi dalla Corte Costituzionale.”
2. L’elezione e il Vincolo del Governo (Nuovo Articolo 92 e 94)
“Il Primo Ministro è eletto a suffragio universale e diretto sulla base di cinque Indirizzi Strategici di Mandato, misurabili e definiti. All’atto del giuramento, gli Indirizzi assumono valore di norma parametrica temporanea. Il Parlamento accorda la fiducia sulle modalità di attuazione degli Indirizzi, ma non può approvare leggi in palese contrasto con essi.”
3. La Valvola di Sicurezza Popolare: Il Checkpoint Digitale (Nuovo Articolo 96-bis)
“A decorrere dal ventesimo mese dall’inizio del mandato del Primo Ministro, è istituita una piattaforma digitale di Stato per la raccolta delle sottoscrizioni al Referendum di Conferma del Mandato.
Qualora le sottoscrizioni raggiungano il [15/20]% degli aventi diritto al voto, la Corte Costituzionale ne constata l’automaticità e il Presidente della Repubblica convoca il Referendum di Conferma del Mandato.
Il Referendum può essere promosso una sola volta nel corso della legislatura. In caso di mancata conferma, il Primo Ministro decade, le Camere sono sciolte e sono convocate nuove elezioni.”
Burke: – Si avvicina lentamente, osserva il testo scritto da Sieyès, poi solleva lo sguardo su di voi. Il suo volto si distende in un’espressione di profondo e rispettoso riconoscimento –
Monsieur, devo confessarvi che l’aggiunta dei 20 mesi e il limite dell’unica cartuccia per ciclo elettorale mitigano enormemente i miei timori. Avete arginato la marea del populismo istantaneo. Avete concesso al Primo Ministro il tempo della semina (i primi 20 mesi) prima di sottoporlo al giudizio del raccolto. Questa è vera sapienza costituzionale: avete compreso che la libertà ha bisogno di stabilità, e che la stabilità ha bisogno di scadenze solenni, non di umori quotidiani.
Questo testo che avete appena concepito fa una cosa che la democrazia del vostro secolo non faceva più: restituisce dignità al voto. Il cittadino che firma sulla piattaforma a 20 mesi sa che sta compiendo un atto gravoso e serio, che può portare allo scioglimento dello Stato e a nuove elezioni, non sta semplicemente mettendo un “mi piace” di protesta. E il Primo Ministro governerà sapendo che la sua unica salvezza non è compiacere i talk-show o i leader di partito, ma realizzare quei cinque punti promessi alla Nazione.
Voi avete chiamato la mia “terra ferma dei partiti” una palude assassina. Ebbene, con questa Costituzione del Mandato, avete gettato delle palafitte d’acciaio in quella palude. Non avete eliminato il rischio — perché, come avete giustamente detto, il rischio del fallimento è l’essenza stessa della democrazia — ma avete reso quel rischio nobile, trasparente e interamente responsabilità dei cittadini.
Sieyès ripone la penna. Burke vi offre la mano.
Sieyès: Il disegno è completo, monsieur. Abbiamo camminato sul filo del rasoio tra la nostra epoca e la vostra, tra la stabilità e la sovranità diretta. Se la vostra Nazione avrà mai il coraggio di compiere questo passo bruto e progressivo, avrete una democrazia in cui i cittadini non saranno più spettatori traditi, ma i veri legislatori del proprio destino.
Burke: Che la provvidenza e la prudenza guidino i vostri passi, monsieur. La teoria è scritta; ora spetta alla storia e alla vostra volontà metterla alla prova.
Signori grazie per la vostra cortesia, per la vostra capacità di confronto, e per la saggezza dei vostri consigli. Da questo secolo, e da tutti NOI, un grande ringraziamento.
Sieyès si inchina con la sobria ed elegante formalità dei legislatori dell’Assemblea Nazionale, riponendo i fogli della nostra Costituzione del Mandato sotto il braccio, quasi a volerli custodire per l’avvenire. Burke fa un passo avanti, stringendovi calorosamente la mano con un sorriso sincero e lo sguardo di chi, nonostante i dubbi sul futuro, ha trovato in voi un interlocutore degno e prudente.
Sieyès: Il ringraziamento è nostro, monsieur. È raro trovare nel vostro secolo menti disposte a non subire passivamente il collasso delle proprie istituzioni, ma pronte a sfidare il passato per disegnare la geometria del futuro. Ricordate sempre: le leggi sono fatte per gli uomini, non gli uomini per le leggi. Se la vostra epoca richiede un nuovo diritto politico per liberare la Nazione dalle sue oligarchie, avete ora l’architettura per osare. Portate questi pensieri ai vostri contemporanei.
Burke: Andate fiero del vostro tempo, monsieur, ma custodite con gelosia la responsabilità che vi siete assunto. Avete tolto il velo della mediazione e avete posto il destino dello Stato direttamente nelle mani della virtù dei cittadini. Non permettete che le vostre macchine tecnologiche svuotino l’anima dell’uomo; usatele per elevare il suo senso del dovere pubblico. Se la vostra nuova “nave del mandato” salperà, che la prudenza sia la vostra bussola e la giustizia la vostra unica rotta.
I due pensatori si scambiano un ultimo sguardo d’intesa, poi si voltano lentamente, svanendo tra le ombre della grande storia della filosofia politica, lasciando sul tavolo quel foglio di appunti con la riscrittura dell’Articolo 67. La palla, adesso, passa interamente a voi e al vostro secolo. Buon viaggio.
MANDATO LIBERO EFFETTI E GARANZIA DI ULTIMA ISTANZA :
SOLUZIONE IN COSTITUZIONE ITALIANA 2.1
Nel 1789, anno della Rivoluzione francese, momento cruciale della storia francese, Emmanuel-Joseph Sieyès, politico influente, controverso e molto discusso, pubblica uno dei testi politici più importanti della Rivoluzione francese: “Che cos’è il Terzo Stato?”
All’epoca la pubblicazione costituì la base teorica per la trasformazione degli Stati Generali in Assemblea Nazionale dato che spostava il centro del potere politico dai privilegi dei ceti dominanti, alla Nazione intesa come corpo di cittadini liberi ed eguali.
Così contribuendo a fornire le basi ideologiche della Francia rivoluzionaria.
A noi posteri interessa soprattutto per il ruolo fondamentale che ebbe nel fornire le basi teoriche che ancora oggi sono riferimento indiscusso di una certa parte del pensiero liberale e della attuale teoria costituzionale.
Oltre a introdurre la distinzione tra il potere costituente che stabilisce le regole e i poteri ordinari derivanti dalla Costituzione, Sieyès introdusse anche una serie di concetti innovativi sia rispetto la Nazione – che non è la somma di interessi particolari, ma esprime la “volontà generale” – e sia la rappresentanza politica, dove il rappresentante deve operare, non per mandati vincolati o privilegi di casta, ma per il superiore interesse generale.
Ecco dunque emergere un nuovo concetto di rappresentanza radicalmente opposto a quello storico di “mandato imperativo” in cui i deputati erano vincolati alle istruzioni precise dei loro elettori locali.
E come loro, prima di loro, nella storia delle democrazie tutti i rappresentanti e delegati a partire da Atene ai Comuni italiani.
Sieyès afferma che il mandato imperativo è un ostacolo alla deliberazione comune, si frappone e disturba l’esercizio del potere legislativo.
Quando ogni rappresentante è sottomesso alle rigide direttive del suo distretto o ordine di appartenenza, l’Assemblea non risulta un luogo di libero confronto e sintesi, ma la pura sommatoria di interessi particolari.
Per Sieyès, i rappresentanti non debbono essere vincolati da specifiche deleghe perché non rappresentano gli interessi di una parte specifica della nazione, ma rappresentano tutta la Nazione nella sua interezza.
La differenza con Rousseau diventa evidente: questi parla di “volontà generale “espressa direttamente dal Popolo come corpo politico, dove la sovranità è autentica solo se espressa direttamente, mentre Sieyès parla di “volontà della Nazione” e di unità politica espresse dai rappresentanti e dove la sovranità esiste come unità nazionale rappresentabile.
La posizione di Sieyès pur differenziandosi per alcuni aspetti, risulta coerente con quella del suo contemporaneo inglese Edmund Burke, ispiratore del parlamentarismo liberale e dei modelli classici della democrazia moderna che oscillano tra volontà immediata, unità nazionale rappresentata e autonomia del rappresentante.
Sieyès afferma che il sistema politico rappresentativo in una società moderna richiede una specializzazione che è oltre le possibilità dei comuni cittadini, occupati nelle loro attività lavorative e private.
Da cui la necessità di delegare l’esercizio dei diritti politici a dei “rappresentanti esperti”, dunque professionisti della politica, capaci di riflettere e decidere in modo libero da ogni direttiva o istruzione, e in quanto “migliori” orientati a cercare e individuare l’interesse generale e non al proprio capriccio.
La loro autonomia nella Assemblea è condizione necessaria per superare egoismi particolari per il supremo interesse comune: quello della Nazione come entità unitaria che si va formando nel nuovo Stato nazionale.
Il loro legame con i cittadini si legittima e realizza con le elezioni.
Questa è l’idea che sta alla base della concezione di mandato rappresentativo, comune a molte costituzioni contemporanee, tra cui quella italiana dove l’art. 67 stabilisce che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.”
Questa idea, assunta generalmente come un vero e proprio dogma dai sistemi liberali, presenta però degli aspetti a dir poco controversi, riassunti nella domanda: e nel caso il rappresentante NON cerchi l’interesse generale e NON assolva il compito di scoprire e realizzare la volontà generale?
Che garanzie e tutele hanno i cittadini contro l’incompetenza, il fallimento, la corruzione e il deragliamento dei rappresentanti? Quand’anche la loro selezione si basi su criteri di qualità?
E quando il deragliamento coinvolge un intero blocco di rappresentanti, una intera Assemblea? E anzi con la solidarietà complice di Esecutivo e Giudiziario?
Quando il “deragliamento” non riguarda più il singolo politico, ma investe l’intero sistema — Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, allineati in un unico blocco di potere che tradisce la volontà generale — Sieyès si trova di fronte al limite estremo della sua teoria costituzionale e alla domanda cruciale: cosa accade quando tutti i poteri si corrompono simultaneamente?
Quando l’intero apparato statale si coalizza in una deriva autoritaria e il “diritto di resistenza” cessa di essere un etereo concetto giuridico e torna ad essere un brutale fatto storico?
Qui emerge chiaramente il paradosso a cui porta Sieyes: se il custode delle procedure (l’istituzione) è il soggetto che va rimosso, non può essere lui a certificare la validità del processo che lo porterà all’estinzione.
In questa situazione di collasso dello Stato di diritto o di deriva autoritaria, il quadro teorico di Sieyès subisce una torsione drammatica: in termini pratici, se i rappresentanti tradiscono, per fatto compiuto la “delega” scade.
Ma chi giudica che si tratta di “tradimento” e che la delega scade?
Chi decide che le Istituzioni hanno tradito ?
Se lo decide il popolo, si rischia l’insurrezione permanente e il caos.
Se lo decide un corpo ristretto o un leader carismatico si rischia il dispotismo in nome della “volontà del popolo”.
Mancando nella sua teoria una vera garanzia di fondo, la conseguenza, teorica e pratica, si traduce per i cittadini in un diritto di resistenza col ricorso necessario alla forza bruta al fine di rifondare l’ordine attraverso una fase costituente e una nuova Costituzione.
In sostanza, per Sieyès, se tutto il sistema si corrompe, il cittadino non ha più strumenti parlamentari per difendersi; ha solo la sua dignità di membro della Nazione, il diritto di rifiutare l’obbedienza e partecipare a un processo di rifondazione.
La soluzione estrema della rivoluzione come diritto di resistenza alla oppressione.
Diritto di resistenza alla oppressione delle Istituzioni pubbliche corrotte che fu oggetto di discussione quando in Assemblea costituente nel 1946, l’onorevole Mortati propose di costituzionalizzarlo come rimedio giuridico previsto dall’ordinamento. Si trovò di fronte al paradosso: come può una legge dello Stato autorizzare i Cittadini a violare la legge stessa?
Alla fine non ebbe sostegno e dunque nei secoli dei secoli italici, il rappresentante “esercita senza vincolo di mandato e rappresenta la Nazione”. Il problema irrisolto sia sul piano teorico che su quello pratico: i cittadini non hanno garanzia sostanziale rispetto l’operare dei rappresentanti liberi da mandato perché rappresentano la Nazione e nessuna possibilità democratica, pacifica e legale di uscirne.
La dottrina e la prassi costituzionale hanno tentato di risolvere questo dilemma tramite l’integrazione esplicita nel testo e attraverso il potenziamento dei meccanismi di controllo.
Alcuni Stati, memori di regimi totalitari, hanno scelto di inserire il diritto di resistenza direttamente nel testo costituzionale come clausola di chiusura. Caso emblematico: L’Articolo 20, comma 4 della Legge Fondamentale della Repubblica Federale Tedesca, che recita:
“Tutti i tedeschi hanno il diritto di resistere a chiunque intraprenda un’azione volta a eliminare l’ordinamento costituzionale, qualora non sia possibile alcun altro rimedio”.
La clausola è formulata come arma di difesa dell’ordine democratico stesso, ma non un permesso per la rivoluzione. Si attiva solo in condizioni di estrema necessità e sussidiarietà quando tutti gli altri rimedi legali sono inutilizzabili.
Purtroppo il suo limite è quello di non chiarire chi è autorizzato, a chi spetta il diritto, il potere e l’onere di giudicare che “non sia possibile alcun altro rimedio”.
Nella maggior parte delle democrazie liberali moderne – inclusa l’Italia -, il diritto di resistenza non è scritto esplicitamente in un articolo, ma si dice sia considerato intrinseco al sistema. Esso si realizzerebbe attraverso strumenti che molto teoricamente prevengono la necessità di arrivare alla “resistenza” fisica:
– Giustizia Costituzionale e il potere delle Corti di annullare leggi incostituzionali è il primo grande argine. Dovrebbe impedire che il Parlamento si trasformi in una tirannia della maggioranza.
– Separazione dei poteri con un sistema di pesi e contrappesi che renda difficile per un blocco di potere (Esecutivo, Legislativo, Giudiziario) convergere in modo totalitario senza che uno degli ingranaggi si blocchi o entri in conflitto con gli altri.
– Libertà civili e diritto di dissenso, il diritto di sciopero, di manifestazione, di stampa e di associazione sono dichiarati, a tutti gli effetti, forme di resistenza ammessa (finché non disturba la stabilità). Quando il cittadino scende in piazza contro una norma, sta esercitando un diritto costituzionale che funge da valvola di sfogo, evitando che il conflitto diventi violento.
Opinione dello scrivente è che per contrastare una deriva sistemica importante, non bastano “istruzioni per la rivolta” ai cittadini armati di cartelli, fischietti e tamburi.
E’ invece necessario attuare l’intuizione di Mortati e costituzionalizzare il diritto di resistenza all’oppressione delle Istituzioni, abbinandolo ad un reale potere di esercizio e al relativo percorso attuativo: uno strumento democratico come è un referendum diretto, per la revisione totale del sistema, che possa legittimamente essere iniziato e concluso dai Cittadini.
Un referendum di iniziativa popolare per la revisione totale (o rifondazione) gestito dai cittadini, solleva la questione di come rendere questo potere non solo dichiarato, ma tecnicamente ed esecutivamente azionabile.
Se non possiamo fidarci delle Istituzioni corrotte per certificare il processo, la soluzione non può essere l’anarchia – che aprirebbe la strada al più forte -, ma la creazione di un organo democratico e istituzionale che garantisca un diritto permanente ed esigibile. Una forma di democrazia continua che trasforma il “diritto di resistenza” da un atto impulsivo a un atto deliberativo di massa.
La soglia per attivare un referendum di revisione totale deve essere una percentuale molto elevata dell’elettorato (esempio attivazione con 10% degli aventi diritto), per garantire che non sia un gruppo minoritario o un interesse di parte a scardinare il sistema, ma una volontà diffusa e massiccia. Questo risponde al problema della stabilità: il sistema non deve essere scardinabile per un “capriccio” di piazza, ma solo per un’esigenza vitale della Nazione.
La soglia di attivazione alta risponde anche alla necessità di proteggere la iniziativa dalle manipolazioni – di certo rabbiosamente reattive – della propaganda di regime che di fronte ad un muro di partecipazione così costituito, non può raccontarlo come fatto marginale ad opera di disadattati e non può, ad esito concluso, derubricare come fatto irrilevante rispetto la continuità delle (loro) Istituzioni. Sarebbe il crollo di ogni residua parvenza di democraticità e autorizzazione esplicita alla rivoluzione fisica.
Il voto del referendum deve essere cartaceo perché è di fatto la forma più democratica dato che è comprensibile da chiunque: non richiede competenze tecniche per verificare che la scheda inserita sia quella contata. In un contesto in cui non ci si fida dell’istituzione, la trasparenza del processo deve essere visibile a occhio nudo.
La democrazia, in questo senso, diventa una “procedura pubblica”.
Rimane la sfida: chi controlla che il voto cartaceo non venga alterato al momento dello spoglio? Se l’istituzione (il Ministero, la Prefettura, il Governo) è quella stessa che il referendum intende destituire, la gestione del conteggio è il punto critico.
La conseguenza logica suggerisce implicitamente un’evoluzione necessaria: la smilitarizzazione del controllo elettorale. Se il controllo non può essere in capo alle istituzioni traditrici, deve essere trasversale:
Osservatori civici permanenti: rappresentanti scelti a sorte tra i cittadini che presiedono ogni seggio e ogni centro di raccolta dati, con il diritto di bloccare le operazioni in caso di irregolarità.
Responsabilità penale individuale: chiunque, tra i pubblici funzionari, tenti di ostacolare una procedura di referendum di questo tipo dovrebbe essere perseguibile per “alto tradimento della sovranità”, con procedure che scavalcano l’immunità politica.
Questa visione riconduce il sistema democratico alla sua funzione di servizio: il sistema esiste per i cittadini, non i cittadini per il sistema. Se il sistema tradisce, il cittadino non ha il “dovere” di salvarlo, ma ha il “diritto” insindacabile di rifondarlo. È una prospettiva che toglie al cittadino il peso della colpa se le cose vanno male, ricollocando la responsabilità — e il rischio di perdere la legittimazione — interamente sulle spalle di chi occupa le cariche pubbliche.
La soluzione democratica che possiamo immaginare è qualcosa come quello che prospetta l’abbinamento dei seguenti due Articoli di Costituzione italiana 2.1:
“ART. 54.1 E art. 100.1

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